Unigramsci

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Assemblea dei soci del 17 giugno 2015

Il 17 giugno 2015 si è riunita l'assemblea dei soci dell'Università popolare Antonio Gramsci. Ecco il testo della relazione presentata dal presidente Valerio Strinati a nome del direttivo dell'associazione, intitolata 'Il primo anno di vita dell’Università popolare Antonio Gramsci: un bilancio dell’attività svolta e una proposta di attività didattica e di ricerca per l’anno 2015-2016'. L'assemblea dei soci ha approvato, all'unanimità, la relazione Potete scaricare la relazione, di otto pagine, in formato PDF. Poi potete stamparla e leggerla sulla carta, con comodità visiva. Relazione presentata dal presidente Valerio Strinati a nome del direttivo alla assemblea dei soci del 17 giugno 2015 Oppure potete leggere, di seguito, il testo completo della relazione.

La relazione introduttiva

Roma, 17 giugno 2015 Il primo anno di vita dell’Università popolare Antonio Gramsci: un bilancio dell’attività svolta e una proposta di attività didattica e di ricerca per l’anno 2015-2016

Premessa.

L’Università popolare Antonio Gramsci ha iniziato la sua attività all’inizio di autunno del 2014 (si è costituita legalmente nel mese di ottobre) con l’apertura di quattro corsi o seminari: la storia orale dei movimenti, dal 1960 ad oggi; le origini del movimento operaio in Italia; economia politica; introduzione al pensiero di Gramsci. I primi tre hanno avuto la durata di alcuni mesi, mentre il corso di introduzione al pensiero di Gramsci ha avuto durata più breve, consistendo di un modulo formato da quattro lezioni, ciascuna dedicata a un tema specifico dell’elaborazione gramsciana. L’organizzazione di quattro percorsi di studio, complessivamente frequentati da almeno un centinaio di persone rappresenta un risultato apprezzabile e da non sottovalutare, al di là di un calo “fisiologico” delle frequenze, che non costituisce motivo di particolare preoccupazione. Di certo, è estremamente positivo che, grazie all’apporto di compagne e compagni che si sono assunti l’onere della didattica e della ricerca, i corsi siano stati portati a termine secondo il progetto iniziale. I nostri lavori costituiscono il fulcro dell'università popolare ed è attraverso di questi, in primo luogo, che si deve attuare la vocazione di ricerca aperta e pluralistica a cui facciamo riferimento nel nostro documento programmatico. Per questa ragione è molto importante che, una volta conclusi, essi siano oggetto di una riflessione critica da parte di chi li ha tenuti e da parte di chi li ha frequentati. Se lo scorso anno abbiamo iniziato puntando soltanto sull’intraprendenza e la buona volontà di alcuni, nella programmazione del prossimo anno dovremo tenere conto dell’esperienza acquisita, nel presupposto che quest’ultima non resti appannaggio dei singoli corsi, ma divenga patrimonio comune di tutti. A questo scopo si è tenuta una prima riunione il 28 maggio, ed altre se ne dovranno tenere, con l’auspicio che la circolazione dell’esperienza migliori la qualità del nostro lavoro. Migliorare la qualità dell'offerta didattica e della ricerca è infatti un elemento determinante per il successo della nostra iniziativa. Ci ha scritto Sandro Portelli, ora nostro socio onorario, al battesimo della nostra associazione: “Abbiamo bisogno di rimetterci a pensare. Da un quarto di secolo la sinistra oscilla fra la ripetizione di schemi che non riescono a fare i conti col presente, e un presentismo e nuovismo subalterni e acritici”. E questa stessa affermazione implica l’assunzione di una forte responsabilità, poiché si tratta di proporre un’elaborazione al livello non solo della sconfitta epocale subita dalla sinistra stessa, ma delle nuove domande di libertà, eguaglianza e riscatto sociale prodotte dalla vastità della crisi strutturale che ha colpito l’economia globalizzata in questi anni. Le risposte elaborate a partire dalle “virtù autoregolatrici” del mercato non appaiono più convincenti come in passato ma le sinistre si presentano ancora deboli, esitanti e incapaci di offrire una credibile prospettiva di cambiamento di largo respiro. La contraddittorietà dell'attuale situazione è ben esemplificata dalla vicenda scuola. L'applicazione di ricette aziendalistiche al sistema dell’istruzione pubblica ha coinciso con un progressivo impoverimento della qualità della formazione impartita, al punto che le ipotesi di coinvolgimento dei capitali privati nella gestione di università e scuole, più che un atto di resa nei confronti della cultura del profitto, assomigliano alla liquidazione patrimoniale di un’impresa fallita. Nonostante tutto, anzi forse proprio a causa della banalizzazione dei contenuti dell’istruzione, specialmente nella fascia medio-alta, la domanda di formazione resta elevata ed è con essa che la nostra università popolare deve fare i conti, formulando un’offerta qualitativamente all’altezza della gravità e della serietà dei problemi posti da una realtà socialmente disgregata e culturalmente disorientata. Non si tratta di abbandonare la battaglia per una scuola pubblica di tutti, ma di mostrare attraverso un lavoro continuo di sperimentazione, come sia importante che, nella rete costituita da momenti anche molecolari di riaggregazione sociale in funzione del conflitto o della mutualità, trovi uno spazio adeguato la diffusione di un sapere critico in opposizione al pensiero unico. Esso ha costituito per anni il puntello di un sistema nel quale (ed è forse qui l’elemento più evidente del fallimento della nostra scuola) la ricchezza si è andata concentrando in un numero sempre minore di mani, l’area del disagio si è estesa oltre i suoi confini tradizionali, mentre la mobilità sociale è rimasta pressoché congelata. Per questa ragione, pur esprimendo una valutazione positiva di quanto è stato fatto finora, il “pessimismo dell’intelligenza” ci deve rendere consapevoli non soltanto della ridotta dimensione della nostra iniziativa (una goccia nel mare) ma, soprattutto del rischio costante che la limitatezza qualitativa e quantitativa delle nostre risorse sia tale da mettere a rischio i risultati conseguiti. Tuttavia, in una fase di costruzione della nostra università popolare, come è quella che stiamo attraversando, è necessario valorizzare lo spirito di iniziativa e la sperimentazione, lasciandosi guidare da un “ottimismo della volontà” che deve misurare le nostre capacità non solo per quello che ciascuno di noi è in grado di fare (che pure è cosa importantissima), ma anche per le energie che sappiamo attivare, per le reti che sappiamo costruire o nelle quali siamo in grado di inserirci. Senza settarismi e soprattutto senza presunzioni, dobbiamo sforzarci di considerare un fenomeno di cui noi stessi siamo parte, ovvero la moltiplicazione di iniziative di carattere associativo, nei diversi campi della cultura, della mutualità, dell’economia solidale, come un aspetto della crisi delle grandi organizzazioni storiche della sinistra, ma anche come la manifestazione di una diffusa volontà di ricostruire una rete di relazioni che restituiscano il senso e la dimensione di un agire sociale in grado di recepire una domanda di partecipazione e di protagonismo che la politica “ufficiale” non riesce ad intercettare (e probabilmente non è neanche interessata a farlo). A questo proposito, occorre aggiungere ulteriori elementi di valutazione dell’esperienza di quest’anno. Come abbiamo detto, c’è stato un forte e comune impegno del nucleo promotore per farci conoscere e per costruire una prima rete di contatti, in funzione anche dell’allargamento delle adesioni: i corsi e i seminari hanno svolto una funzione essenziale, ma a fianco a essi c’è stata l’iniziativa individuale di compagne e compagni, che hanno messo a disposizione la loro esperienza e la rete di contatti maturata in altri e diversi momenti della loro militanza. Grazie a questa condizione di partenza, è stato possibile dare vita a eventi nei quali abbiamo riscontrato una partecipazione significativa e diversificata e la capacità di fare rete. A titolo di esempio, si ricordano le iniziative con i protagonisti del luglio 1960 a Roma, organizzate anche con il CCP del Tufello; l’incontro sul papato Bergoglio, organizzato con la comunità di San Paolo; la conferenza di Marina dos Santos, del movimento brasiliano dei Sem Terra, organizzata insieme al circolo Gianni Bosio; in collaborazione con l’Associazione “Parole in piazza” e con il comitato promotore della sezione Anpi “Paolo Renzi” di Villa Gordiani si è svolto “Periferie ribelli”, ciclo di cinque incontri sulla Resistenza romana, con il patrocinio del V Municipio; UniGramsci e Bliblioscup in collaborazione con Acad, A Buon Diritto, il csoa Spartaco e Sans Papier hanno organizzato il dibattito “Stato di tortura, dal dopoguerrra a Stefano Cucchi, nel quadro delle iniziative di Q44; la presentazione del documentario “Un intellettuale in borgata” di Enzo De Camillis dedicato a Pier Paolo Pasolini. La Passeggiata rossa alla Sapienza organizzata con il sindacato studentesco Link e in collaborazione con la sezione Universitaria dell'Anpi e l'associazione culturale Lotta Continua. Senza dimenticare che le nostre prime due uscite pubbliche sono state con Antonio Gramsci jr alla Casa del popolo di Tor Pignattara e al Primo maggio del Tufello. Si tratta di eventi che, tra l’altro, offrono numerosi spunti in direzione di possibili approfondimenti sui quali entreremo nel merito nella parte sul programma dell'anno prossimo. Tutto ciò è senz’altro positivo, ma c’è un rovescio della medaglia. In una certa misura, la costruzione di una rete di relazioni e la ricerca di visibilità ha prodotto due effetti indesiderati che occorre rettificare: in primo luogo, una tendenza alla separatezza delle iniziative, che non favorisce la circolazione di idee ed esperienze e rischia di alimentare un particolarismo eccessivo. in secondo luogo il momento associativo è rimasto penalizzato e questo ovviamente non ha favorito la piena partecipazione degli iscritti alla progettazione dell’attività didattica e delle altre iniziative. in particolare è mancato un impegno davvero comune nella promozione della FESTA organizzata a SCUP, che comunque si è rivelata un successo. E’ auspicabile che l’assemblea segni l’inizio di un cambiamento di rotta, perché se i limiti che abbiamo elencato sono fisiologici in una fase di avvio, essi possono e devono essere superati nel momento in cui formuliamo un programma di lavoro per il prossimi anno.

Come riprendere l’attività didattica

Il miglioramento dell’attività didattica richiede dunque un miglior coordinamento tra corsi e seminari: quelli che abbiamo tenuto, e che proseguiranno il prossimo anno, e i nuovi che contiamo di aprire. Occorrerà anche adottare alcuni accorgimenti operativi comuni, a partire dalla raccolta preliminare delle adesioni e dall’indicazione di un numero minimo di frequentanti per attivare il corso stesso. In secondo luogo, senza pretendere di arrivare ora alla redazione di un vero e proprio regolamento didattico, è possibile dare alcune indicazione per la ripresa del prossimo anno: come è noto, l’assenza del Comitato scientifico ci priva della certificazione di qualità che pure abbiamo inserito nel nostro statuto. Questo non ci esime da un impegno di valutazione della nostra attività, e a tal fine, possono rivelarsi molto utili degli incontri tra chi ha tenuto e chi ha seguito il corso per valutare il lavoro svolto e programmare insieme la sua prosecuzione, in modo da creare dei comitati promotori per gli studi e le ricerche dell’anno successivo. Una prima riunione, svoltasi il 28 maggio, ha ad esempio, fatto emergere alcune indicazioni piuttosto utili: in primo luogo, è stata evidenziata l’opportunità di organizzare corsi di base soprattutto in materia storica ed economica, immaginando itinerari di studio su argomenti ben definiti e con un metodo didattico in cui la lezione frontale si accompagni al coinvolgimento dei frequentanti (ad esempio con relazioni su singoli temi o su letture specifiche); in secondo luogo, il problema della partecipazione attiva dei frequentanti si è posto anche per i corsi di maggiore durata; in sintesi ciò significa che non vogliamo classi uditorio ma gruppi laboratorio. Per quanto riguarda la durata da tali percorsi, è apparso preferibile attenersi a una media di 35 ore (questo ovviamente per i moduli di più lunga durata). Un altro punto che è stato toccato riguarda l’uso e/o la produzione di sussidi didattici: manuali (come nel caso del corso di economia politica), schede, bibliografie, dispense, etc. Si tratta di indicazioni che non hanno carattere vincolante, ma emergono dalla esperienza di quest’anno e quindi si propongono, più che altro, come acquisizioni utili a creare un’uniformità non imposta dall’esterno ma costruita come cifra di un lavoro che si auspica sarà sempre più collegiale.

Utilizzazione del sito internet.

Il sito verrà esaminato in una relazione a parte. In questa sede, tuttavia, va sottolineato che il sito può diventare un elemento essenziale per lo sviluppo della vita associativa: in particolare, la sua gestione e l’arricchimento dei suoi contenuti sono collegati strettamente al coinvolgimento attivo di ogni corso o seminario e di tutti gli iscritti, nonché allo svolgimento della scuola pratica di giornalismo, attivata recentemente.

Per un programma di lavoro.

Già in precedenti discussioni abbiamo tentato una classificazione dei corsi e delle attività. Lasciando temporaneamente a parte le altre attività, per i corsi abbiamo distinto:

  • gli attuali corsi e seminari permanenti, che svolgono un programma nell’ambito di un periodo di tempo prestabilito, e si avvalgono di un collettivo di docenti che svolge singole parti del corso;
  • i corsi brevi, introduttivi a un determinato tema: lo schema è il corso tenuto di introduzione al pensiero di Gramsci. Si tratta di uno strumento estremamente utile anche perché suscettibile di essere riproposto in più di una realtà, e di essere utilizzato anche per le scuole;
  • le scuole tendenzialmente a contenuto professionalizzante. Il modello dovrebbe essere la scuola prativa di giornalismo, di cui si è parlato sopra.

Dobbiamo poi considerare tutte quell’ampia sfera di attività che consiste nella presentazione di libri e di filmati, nelle visite guidate (si ricorda in proposito la positiva ma isolata esperienza della visita guidata alla mostra di Mario Sironi e quella all’Ecomuseo di Ostia), nelle conferenze e nei dibattiti. L’esperienza di quest’anno ci insegna, come si è già accennato, quanto siano preziosi per acquistare visibilità e costruire nuovi contatti. Come è emerso anche dall’incontro del 28 maggio, tutti i corsi già avviati lo scorso anno riprenderanno in autunno, con gli eventuali aggiustamenti che emergeranno anche dal confronto in corso. Senza venire meno all’articolato pluralismo che ha costituito e costituisce una fondamentale risorsa per la nostra università, occorre ora un lavoro che sia insieme di approfondimento e arricchimento, allargando lo sguardo su alcuni temi che abbiamo già toccato e che riteniamo meritevoli di maggiore attenzione e tracciando i nostri programmi di lavoro tenendo conto delle curiosità e degli interrogativi emersi nello svolgimento delle nostre attività e dai quali è possibile prendere spunto per andare oltre e compiere dei passi in avanti. A questo proposito, occorre in primo luogo considerare che dall’esperienza realizzata in particolare nell’ambito della ricerca sulla storia dei movimenti, è emersa l’esigenza di fornire a quanti ci hanno seguito (e auspicabilmente a quanti i uniranno nel prossimo anno) una formazione di base rivolta a fornire elementi di orientamento critico sulla storia della cosiddetta Prima Repubblica. Un approfondimento specifico dovrebbe invece avere come oggetto il settantesimo anniversario della Repubblica e dell’Assemblea Costituente, che ricorrerà nel 2016. Qui occorre studiare un modulo sul periodo 1943-1948 (fino alla promulgazione della Costituzione) che possa essere utilizzato anche per le scuole, con una duplice articolazione, ovvero rivolto sia agli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori, sia ai docenti, come aggiornamento. Restando ancora sulle modalità di prosecuzione degli itinerari di studio già avviati lo scorso anno, si ricorda anche l’ipotesi, abbozzata in precedenti discussioni, di un procedimento di crescita per “gemmazione”, intendendosi con questo termine l’eventualità che soprattutto dagli interrogativi che si sono posti, dai temi e problemi sui quali si è riscontrato un maggiore interesse – come si è detto in precedenza - e non ultimo dalle competenze dei nostri compagni, si possano individuare i filoni lungo i quali proseguire il lavoro avviato, inserendo sull’asse principale dei singoli percorsi, dei momenti di approfondimento tematico, suscettibili, in prospettiva, di acquisire una propria autonomia organizzativa e didattica: ad esempio, nel corso sulla storia del movimento operaio si sono enucleati, almeno tre punti di approfondimento, riguardanti, il primo, una riflessione su una storia del movimento operaio al femminile; il secondo, il tema della salute e delle classi lavoratrici tra XIX e XX secolo, e il terzo, le biografie dei protagonisti, dirigenti e non. Con una punta di autocritica, occorre poi riconoscere che nel corso del primo anno di attività, la connotazione gramsciana della nostra università è rimasta sullo sfondo, più come punto di riferimento ideale che come elemento qualificante della didattica e della ricerca. Il prossimo anno, questa lacuna dovrebbe essere colmata con una importante iniziativa, ovvero l’avvio di una lettura sistematica dei Quaderni dal carcere, che dovrà pertanto rappresentare uno dei punti centrali di impegno della nostra università, nonché un momento di incontro per tutti coloro che frequentano i nostri corsi e per coloro che, a vario titolo, sono coinvolti nelle nostre attività. Un’esigenza altrettanto sentita riguarda il superamento di una dimensione meramente nazionale del nostro lavoro di ricerca: è infatti sotto gli occhi di tutti come in questi anni la crisi abbia acuito ed accelerato tutti i processi di internazionalizzazione politica ed economica, e come dall’accentuazione di forme sempre più strette di interdipendenza derivino, in una certa misura, anche i processi che si stanno verificando nell’ambito dell’Eurozona. Più in generale quando si sviluppano i nazionalismi, i razzismi, le guerre, dobbiamo trovare tutti i modi di dare un contributo al riprendere forza di un punto di vista internazionalista. Proponiamo pertanto per ora tre filoni di approfondimento suscettibili di tradursi in veri e propri corsi, con la collaborazione di esperti in ciascun ambito tematico: l’America latina, come laboratorio politico sia per quanto concerne gli assetti politico-istituzionali, sia per l’organizzazione delle lotte sociali (come abbiamo potuto vedere in occasione dell’incontro con il movimento dei Sem Terra); il Sud del Mediterraneo, per comprendere meglio quello che è stata la primavera araba, i suoi effetti, le sue prospettive, anche in relazione ai conflitti nell’area mediorientale e all’integralismo; la Grecia, per comprendere quali sono le radici internazionali ed interne della crisi e come concretamente si sviluppa l’esperienza di governo di Syriza, con uno sguardo alla sponda nord del Mediterraneo ed alle sue prospettive politiche e sociali. Un altro spunto offerto dall’esperienza di quest’anno riguarda la necessità di una apertura su discipline diverse da quelle affrontate fino ad ora. In particolare, abbiamo elaborato insieme a un docente dell’Università di Roma la proposta di un corso introduttivo alle biotecnologie ed ai risvolti della loro applicazione sul piano della bioetica. Si tratta di un tema di grande attualità, considerato, ad esempio, che lo stretto legame che unisce il tema degli OMG alla questione dell’alimentazione, oggetto, in questi giorni, di particolare attenzione in rapporto allo svolgimento dell’Expo. Esiste poi uno spazio per intervenire sui temi delle arti figurative e dello spettacolo. A partire dalle già ricordate visite guidate e dalla presentazione di film e documentari, è possibile mettere in cantiere almeno due possibili sviluppi: da un lato, un più stretto legame con il corso brechtiano che lo scorso anno si è svolto in parallelo al nostro lavoro e che dovrebbe riprendere quest’anno; dall’altro, la preparazione di un corso introduttivo allo studio della storia dell’arte, accompagnato da visite ed incontri con artisti. Il quadro tracciato, già piuttosto impegnativo, deve essere infine integrato con quello relativo ad altre attività in corso. In primo luogo, il ciclo di incontri “Periferie ribelli”, di cui si è parlato in precedenza, ha fatto riscontrare la possibilità di radicare una presenza permanente sul territorio del V Municipio, ricco di associazioni ed istituzioni attente ai problemi della conoscenza e della memoria di un’area di circa 300 mila abitanti. Di qui, la proposta di dare vita, insieme all’associazione “Parole in piazza” e alla costituenda sezione ANPI di Villa Gordiani, a un Centro di documentazione per la storia del territorio intitolato a Rosario Bentivegna, dato che uno dei nuclei documentari dovrebbe essere costituito dalla biblioteca personale, generosamente offerta dalla famiglia. La proposta, lanciata nel corso dell’incontro del 3 giugno sulla liberazione di Roma, ha incontrato l’attenzione del Municipio e di altri soggetti attivi sul territorio. In secondo luogo, resta aperta l’ipotesi, nata da un incontro con Sergio Manes (casa editrice La città del sole), di dare vita, in collaborazione ad un centro di raccolta di biblioteche e archivi privati a livello nazionale, con uno specifico riferimento, soprattutto per il materiale archivistico, ai movimenti sociali e politici che si sono sviluppati nella storia repubblicana, per rendere fruibile agli studiosi e al pubblico documenti che, allo stato attuale, sono a rischio di dispersione. Al momento, tuttavia, i primi contatti non hanno avuto seguito e pertanto occorrerà definire meglio i contorni e le caratteristiche dell’iniziativa stessa. È invece quasi del tutto messo a punto lo spettacolo sulla Prima Guerra Mondiale che stiamo mettendo in piedi con il Circolo Gianni Bosio. La parte musicale è ormai definita, ed anche i testi; è invece da definire la parte iconografica la produzione di un programma di sala sotto forma di una piccola raccolta di pagine scelte e spunti di riflessione sulla prima guerra mondiale costruito da UniGramsci. Lo spettacolo, incentrato sul rifiuto della guerra e sull’opposizione popolare ad essa, dopo l'anteprima al CCP dovrebbe essere rappresentato per la fine di settembre inizio ottobre: non è inopportuno sottolineare l’importanza di questo evento, sia per il richiamo cittadino che dovrebbe avere, sia per i contenuti che intende veicolare.

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